martedì 19 aprile 2011

la carretta




Nessuno ci pensa ma la cariola o carretta  è oggetto imprescindibile in ogni fattoria che si rispetti. Con essa si trasporta per brevi tratti qualunque cosa: terra, concime, sassi, cemento. A volte sembra quasi che lavorare la terra sia un infinito portare e trasportare la terra medesima e le cose che ci stanno dentro da un punto all’altro con una cariola.
Ora, da quando sono qui “scarrettare” ovvero portare carrette piene di terra, sementi, cemento e quant’altro è una dei miei doveri quotidiani.
Il primo giorno che ho sollevato una carretta piena di cemento ho pensato “ non ce la farò mai” e mentre avanzavo in salita, ansimando davanti ai muratori albanesi che mi guardavano tra il divertito e il compassionevole mi sono detta: << bene, questa è la prova, dal peso di questa carretta si riconosce una vera femminista>>.
Perché avrei potuto farlo, si, avrei potuto: fingermi stremata, inciampare malamente, sbattere gli occhioni e sorridere e chiedere:<< me la portate su voi?>>. Non l’ho fatto.
Eroicamente ho rifiutato ogni aiuto e ho portato su la mia carretta. Era pesante. Ad ogni curva rischiavo di ribaltarmi, ogni sasso o buca mi sbilanciava. Ci vuole tecnica, ci vuole esperienza, bisogna usare il cervello anche per portare su una carretta.
Ho guardato i muratori albanesi, ho scoperto che per trasportare un peso simile la forza fisica è solo una delle variabili, forse neanche la più importante.
Fondamentalmente è una questione di incoscienza. Se hai il fegato di rischiare l’osso del collo e buttarti giù in picchiata dalla discesa faticherai di meno, se prendi la rincorsa in salita idem. Vale anche per le curve, vale per le buche e i sassi: maggiore è la velocità minore è il rischio di far cadere il carico. Certo puoi cadere tu. Ti puoi fare male. Ma a questo non hai il tempo di pensare quando devi portare su e giù venti, trenta carrette cariche in un ora. E così ora “scarretto” su e giù che è una meraviglia. Ironia della situazione da quando i miei colleghi maschi hanno capito che ho la forza e la volontà di portare un peso simile, non tentano più neanche il gesto cavalleresco…anzi mi fanno posto affinché io possa caricare prima di loro.
L’iniziale fierezza di “farcela da sola” mi è passata da un pezzo. Ora che vengo trattata tale e quale a qualunque altro maschio nerboruto che lavora accanto a me “scarrettare” non mi sembra più un gesto carico di valori positivi ma solo una fatica come un’altra.
Una grande fatica. Una gran rottura. E così oggi ho ceduto, quasi non me ne sono accorta e ho ceduto. La salita che dovevo percorrere era più ripida del solito, il ragazzo  che mi stava di fronte più dolce e gentile degli altri. Quando mi ha caricato la carretta di cemento ho sorriso, quasi senza accorgermene. E lui, poveretto ha puntato un dito verso se stesso: << la porto io?>> Il mio sorriso si è allargato << grazie>>.
Al terzo carico, c’avevo preso gusto. Salivo su tutta sorridente con la carretta vuota guardavo il mio lui con l’occhio languido e in un attimo, senza che io avessi versato neanche una goccia di sudore, il carico era arrivato a destinazione. Il mio principe azzurro della muratura a presa rapida alla fine della giornata ha preteso un bacio sulla guancia come ricompensa.
Gliel’ho dato cosciente che non valeva neanche l’infinitesima parte della fatica che aveva fatto. Gliel’ho dato e ho capito che la parità tra uomini e donne è una stupida utopia, una frase fatta che non può portarci da nessuna parte.
Gli uomini e le donne non sono uguali. Sono diverse soprattutto le cose che crediamo di saper fare. Gimmy che è un ragazzo alto e magro, un mingherlino dalle mani grandi e sproporzionate CREDE nonostante i suoi sessanta chili di poter portare una carretta del doppio del suo peso.
Io che sono robusta e in buona salute CREDO che un mio sorriso possa influenzare la volontà di un ragazzo. E sono le nostre convinzioni assolutamente prive di fondamento, puri atti di fede che però fanno si che ognuno di noi raggiunga il suo scopo.
Dopo essermi sentita in colpa e prima di tornare a casa stasera ho gettato un ultimo sguardo alla salita: no, non c’era da stupirsi che avessi chiesto aiuto. Era davvero, davvero molto ripida. E io non avrei potuto farcela. Non con QUELLA carretta. Una carretta pensata per la forza di un uomo. Se esistessero carrette più piccole forse, più leggere……….perchè non esistono?
Probabilmente esistono, basta cercare su internet o in qualunque negozio specializzato. Ma io scarretto da due mesi come una matta e non c’ho pensato…non ho pensato a dire “ ehi, uomini datemi uno strumento adatto alle mie possibilità, io non sono più debole di voi sono solo diversa”.
No, a questo non ho pensato. Per settimane ho cercato di dimostrare che ero uguale a loro…oggi, vinta dalla realtà, ho sorriso dando forza a un luogo comune.
L’unica cosa che non mi sono risolta a fare era ammettere che sono diversa e comportarmi di conseguenza, fiera della mia diversità.
E un pensiero, o piuttosto un’immagine, mi attraversa la mente stasera: Simone de Beauvoir con il suo tailleur di Parigi, gli occhi bistrati di nero, le unghie laccate, l’immancabile sigaretta esistenzialista all’angolo della bocca…che tenta di sollevare una carretta piena!
Dev’essere stato dopo un’esperienza del genere che ha scritto per la prima volta:<< donne non si nasce, si diventa>>. 

4 commenti:

  1. un bel racconto divertente e intelligente. brava!

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  2. grazie Davide....buona Pasqua anche a voi, cercate di diffondere il verbo dei B.R.A a tutti!

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  3. Eccoci. Avevo già scritto un trafiletto di commento brillante e lungo, ma la mia deficenza informatica ha provocato le conseguenze che sai. Sintetizzo il cuore [sugo] del mio intervento. Come sai perfettamente coloro che pretendono - per mere ragioni genitali - di essere più qualificati di me nel condurre la mia carretta suscitano un distaccato e spagnolo sorriso di superiorità. La parità, la vera parità tra i sessi, si ha quando ciascuno porta la sua, di carretta. E apre le sue portiere, si versa il suo vino, paga il suo conto, si accompagna alla sua porta. Eppure quello che è successo con il gracile Gimmy potrebbe essere interpretato in un altro modo. Credo che solo dopo aver sancito pubblicamente la tua abilità di carrettista, sfacchinando su e giù per il colle come qualsiasi albanese che si rispetti, tu abbia avuto finalmente la possibilità di rilassarti,e prescindere da discorsi di genere. Solo allora hai potuto agire il vero senso della parità: tu eri stanca e lui no, tu non avevi voglia e lui sì. A quel punto forse non si è trattato più di cavalieri e damigelle, di testosterone e occhioni sbattuti, ma di due persone che lavorano insieme su di un colle, e che all'occorrenza si danno una mano. Marta

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  4. Si...probabilmente hai ragione. Il nocciolo della questione è: io mi sono stancata perchè mi vergognavo dei miei limiti....mi sono sentita un pò come i negri degli anni 30 che si stiravano i capelli per assomigliare ai bianchi. Insomma per dimostrare di essere forte non c'è bisogno di essere "forte come un uomo" si può essere "forte come una donna"....mi ha fatto impressione vedere che per me questo non è un pensiero automatico, non so per te.


    Chiara

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